Questions to…

Questions to MARIO CALIGIURI

a cura di Francesca Londino

Attento studioso, saggista raffinato, uomo di pensiero e di cultura. Docente all’Università della Calabria, è stato tra i primi a introdurre lo studio scientifico dell’intelligence in Italia, promuovendo master, centri di ricerca, convegni e collane editoriali. È stato per anni protagonista della vita politica nazionale, come sindaco di Soveria Mannelli, assessore regionale alla cultura della Calabria e presidente degli assessori regionali alla cultura d’Italia. Altre info e social

L’arte come fonte di conoscenza e ispirazione in che misura è protagonista della tua vita o ha influito sulla tua visione del mondo?

L’arte ha un’importanza decisiva nella mia vita, poiché riflette la dimensione estetica dell’esistenza. Consapevolezza e, forse, attitudine, affinata negli anni grazie all’amicizia con Vittorio Sgarbi, un genio assoluto, al quale l’Italia deve moltissimo. L’arte ha un linguaggio universale ma contemporaneamente è un tramite e un custode dell’identità culturale. Appunto per questo sono orgoglioso di essere italiano e meridionale. Inoltre, vivere tra cose belle, osservare il senso del bello, affina lo spirito e scaccia i cattivi pensieri, porta nell’altrove, fa percepire la magia del mondo.

Che cos’è l’arte? Ribellione nei confronti delle fragilità umane? Audacia che oltrepassa il segno? La dissezione dei propri incubi? L’esplorazione del tragico? La ricerca di mondi possibili?

Si è detto che l’arte descriva ciò che il mondo diventerà. Infatti, se si vogliono comprendere le tendenze future occorre prestarvi attenzione. Sono pertanto fondamentali gli eventi artistici come la Biennale di Venezia. Sotto questo profilo, è proprio l’arte che fa cogliere in profondità lo zeitgeist, ossia lo spirito del tempo. Infatti, ci vogliono far credere che la crisi che stiamo attraversando sia essenzialmente di natura economica mentre, secondo me, è culturale, d’identità e in definitiva spirituale. Per descriverla, più e oltre che alle categorie della religione, occorre fare riferimento a quelle dell’arte. E nessuno più dell’immaginifico Salvador Dalì è riuscito a descrivere il bisogno disperato e disperante di Dio: “Il Cielo non si trova né a destra né a sinistra, né in alto né in basso. Il Cielo si trova esattamente al centro dell’uomo che ha fede. Io non ho ancora la fede e temo di morire senza Cielo”.

L’Italia è particolarmente vulnerabile ai furti di beni artistici e alla contraffazione di opere, in particolare di arte contemporanea e del Novecento. Un’agenzia d’intelligence italiana che si occupa in maniera specifica della sicurezza delle opere d’arte, come Art Theft Program, è possibile?

Di fatto c’è già. È il Nucleo per la tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Una struttura che opera con grande impegno, grande professionalità, grandi risultati. Secondo me occorre potenziarla e collegarla più marcatamente con le agenzie d’intelligence nazionali.

Il concetto di armonia è stato oggetto di numerose riflessioni in ogni tempo (da Seneca a Picasso, da Pirandello a Munch) e in molti campi (dalla filosofia all’arte, dalla letteratura alla musica). Che cos’è l’armonia, secondo te?

Armonia è essere in pace con se stessi e con il mondo. In un certo senso, è una forma di felicità, un fruscio impercettibile. È un momento. E quando si coglie, e nella vita potrebbe anche non avvenire mai, è una sensazione irripetibile. Qualche anno fa, mi sono imbattuto in questa poesia: “Per un attimo, un breve battito d’ali, siamo stati felici. Non so se a Vauvenargues, davanti al camino o guardando il sole anche di notte. Forse, potevamo non vivere nel deserto. Forse, potevamo non sprecare le nostre vite”. Probabilmente, in questi versi una luce si era avvertita, riflettendo un’armonia perduta ma vissuta.

Che cos’è la Bellezza?

È l’anima e il respiro del mondo. Forse la Bellezza è ascoltare il brano “Je vole” cantato da Michel Sardou nel film francese La famiglia Bélier. È guardare “Le sette opere di Misericordia” di Caravaggio o “La primavera” di Botticelli. È l’identità italiana per eccellenza. Non a caso Vittorio Sgarbi e Michele Ainis hanno proposto di inserire la Bellezza nella Costituzione italiana. 

Antica question-tormentone: è nata prima l’immagine o la parola?

Nei Vangeli si descrive che Gesù, dopo l’Ultima Cena, si ritira nell’orto dei Getsemani per pregare, sapendo quello che lo attende. In quella notte fosca, Giuda Iscariota per farlo identificare lo tradisce con un bacio, perchè prima era arrivata la parola, il messaggio di Cristo, e poi l’immagine, il Salvatore in persona. É così dall’inizio dei tempi. 

Il mondo Intelligence occupa un capitolo densissimo nella storia del cinema con film che hanno fatto epoca, della letteratura (da Dostoevskij a Egdar Allan Poe, da Zola a Ian Fleming) e del fumetto (da Hugo Pratt a Corto Maltese, da Alan Ford al Gruppo T.N.T.) Quali sono, secondo te, le analogie o le convergenze tra il processo creativo artistico e l’analisi di intelligence?

La letteratura e il cinema sono la prima, straordinaria chiave di accesso all’intelligence. Ricordo ancora il primo libro che ho letto sull’argomento. Avevo undici anni, ero a Pizzo in vacanza, era il mese di luglio. Il libro si chiamava “Ashenden l’inglese” ed era stato scritto da Somerset Maugham. Il primo film, ovviamente James Bond e in particolare il sesto film della saga “Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà”, con Sean Connery e la straordinaria colonna sonora di Louis Armstrong. E poi Funerale a Berlino con l’agente Harry Palmer interpretato da Michael Caine. Entrambi personaggi letterari, perché la contaminazione tra letteratura di spionaggio e cinema è costante. E non è certamente un caso che tutti i grandi scrittori di spy story, da Ian Fleming a Len Deighton, da Graham Greene a John Le Carrè, abbiano lavorato nei servizi segreti. 

La battuta-simbolo del film Osterman Weekend “la verità è una bugia che non è stata scoperta” è veritiera?

“Chi dice la verità prima o poi verrà scoperto”, come vaticina il divino Oscar Wilde. Inoltre “la vida es sueño”, ripetendo Calderon de la Barca. Hanna Arendt già quarant’anni fa aveva parlato della scomparsa della verità ridotta a mera opinione. Non a caso oggi si scopre la post-verità, per descrivere una società dove non contano i fatti ma le emozioni e dove è indistinguibile l’informazione dalla propaganda. Un richiamo all’eterno dualismo tra bene e male, tra ragioni e torti, ma come si raccontava in quel grande film che è “Cobra verde” di Werner Herzog, tratto da un libro di Bruce Chatwin: “È inutile indagare le ragioni o ricercare i torti perché in fondo sono inutili questioni”. Per non dire di Giorgio Caproni: “Ormai è da un pezzo che me ne sono accorto: la ragione sta sempre dalla parte del torto.” La verità, in definitiva, ha a che fare con la realtà e quindi con la sua comprensione. Ritorna prepotente l’importanza delle parole e quindi della lettura. Infatti, chi legge conosce più parole, chi conosce più parole ha più idee, chi ha più idee ha una visione del mondo. Se non è così, succede l’opposto, che è quello che stiamo vivendo. Non a caso, il grande linguista Tullio De Mauro, recentemente scomparso, ci ricordava che nel nostro Paese più del 75 per cento ha difficoltà a comprendere un semplice testo nella nostra lingua. Con le inevitabili conseguenze che si registrano sul piano del lavoro e dell’esercizio della democrazia, quindi della comprensione della realtà. 

Tre opere d’arte e tre libri che non butteresti mai dalla torre

È veramente arduo scegliere, ma ci provo. Come opere d’arte, senza dubbio, gli affreschi nella cappella Sistina di Michelangelo (la dimostrazione evidente che Dio esiste), La ragazza con l’orecchino di perla di Jan Vermeer e Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti. Non potrei fare a meno di avere sul comodino “Le menzogne della notte” di Gesualdo Bufalino, le Poesie di Giorgio Caproni, “La marcia di Radetzky” di Joseph Roth. Rivedrei fino allo sfinimento “Il favoloso mondo di Amélie”, con la sognante Audrey Tautou, “Il nome della rosa”, dove giganteggia Sean Connery nei panni dell’acuto Guglielmo da Baskerville e il surreale “Ti ho sposata per allegria” con il mio indimenticabile amico Giorgio Albertazzi, partner di una smagliante Monica Vitti. Ovviamente è un elenco parziale perché tanti di più sono i capolavori, i libri e i film che mi hanno fornito suggestioni per costruire il mio mondo. 

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